Don Giussani definisce la carità come l’intimità di una Presenza che la fede riconosce; indica il contenuto più profondo e più intimo di quella realtà suprema che la fede ci fa riconoscere. La carità è abbandono di sé a Dio che per primo mi si offre.
Carità deriva dal greco charis, che vuol dire gratis o gratuità. La carità, dunque, richiama la forma suprema dell’espressione amorosa. La gratuità – da cui è bandito ogni calcolo, ogni attesa di ricompensa, ogni previsione di tornaconto. […] la carità agisce per puro amore, solo per amore […] per il bene dell’altro, e il bene dell’altro è il rapporto col suo destino. Il rapporto col suo destino è il rapporto con una Presenza […]
L. Giussani, Si può vivere così?: Uno strano approccio all’esistenza cristiana, Rizzoli, Milano, 2007, p. 324
Così la carità è il paradosso della mia esistenza, […] per essere me stesso, devo darmi agli altri; per avere consistenza nella mia personalità, mi devo perdere nella realtà degli altri; per vivere devo morire […] condividere gli altri si tradurrà praticamente nel condividere il più possibile i loro bisogni, accorgendoci di essi, comprendendoli, e prendendoceli sulle nostre spalle: bisogni spirituali, morali, culturali, e bisogni materiali. E siccome i bisogni materiali sono i più immediatamente evidenti e i più facilmente aiutabili, l’attenzione a condividerli è ottima educazione a una carità più profonda e totale che tocchi i valori della persona […]
L. Giussani, Il cammino al vero è un’esperienza, Rizzoli, Milano, 2006, p. 39 e seg.
Per don Giussani:
La vita dovrebbe essere un totale condividere, ma la distrazione, la paura, il comodo, gli impedimenti dell’ambiente, la cattiveria svuotano la vita del valore della carità.
Per allenare a riempire sempre di più questo vuoto, per creare una mentalità di carità, il mezzo più umile ed efficace è quello di incominciare a vivere qualche brano di tempo libero espressamente, volutamente come un condividere la vita di altri.
L’impegnarsi poi con un sacrificio fisico è essenziale per l’influsso sulla nostra mentalità. L’azione caritativa di GS, perciò, non è intesa come contributo a riformare situazioni sociali o personali disagiate, bensì a condividerle, per realizzare cioè, almeno nei minimi termini che vengono concessi dalle altre incombenze, dai genitori e dal grado di buona volontà, un pezzettino del dovere supremo che è quello di mettere in comune se stessi e condividere, fino a morirne, così come ha fatto Gesù Cristo e come fa la Chiesa.
L. Giussani, Il cammino al vero è un’esperienza, Rizzoli, Milano, 2006, p. 74
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